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Psicoterapia nei Disturbi Alimentari

I DISTURBI ALIMENTARI: CHE COSA SONO?

I Disturbi Alimentari sono psicopatologie complesse che possono esprimersi in forme articolate investendo il corpo e la mente della persona. 

Le caratteristiche si differenziano e possono essere associate da episodi di eccessiva alimentazione o di rifiuto del cibo, nei cui confronti si vive un rapporto disfunzionale. I disturbi alimentari possono assumere forme estreme. Quando la relazione conflittuale tra corpo e mente si struttura, grava pesantemente sulla psiche e sull’organismo della persona.

QUALI SONO?

I quadri principali del disturbo sono:

  • l’Anoressia Nervosa
  • la Bulimia Nervosa,
  • il Disturbo da Alimentazione incontrollata

Si rilevano molte altre forme non specificate che rientrano in una categoria eterogenea di disturbi dell’alimentazione atipici. L’universo dei disturbi alimentari pare ingrandirsi sempre di più e sempre più velocemente. Ad oggi quasi nessuno, infatti, potrebbe più ritenersi immune dal presentare una qualche forma di disagio legata al cibo e alle forme del corpo. Soprattutto in una società come la nostra che valorizza fortemente l’immagine e la sua immutabilità nel tempo.

I disturbi alimentari si collocano in un territorio di confine tra il somatico e lo psichico. L’intervento di cura, quindi, deve tener conto sia delle problematiche psicologiche che delle conseguenze del disturbo sul fisico. Le alterazioni primarie o secondarie di organi e degli apparati dell’organismo rientrano, infatti, in campo medico.

L’origine dei disturbi alimentari sembra inserirsi nella complessa interazione di cause di fattori

  • personali
  • familiari
  • biologici
  • culturali

Nella nostra società appare in aumento la frequenza di questi disturbi tra la popolazione, sollecitata dalle mode e dalle pressioni culturali. In particolar modo verso la competizione e l’ideale della bellezza e magrezza. La categoria più a rischio è sempre stata quella delle adolescenti e giovani donne. Anche se i disturbi alimentari comprendono fasce di età sempre più ampie rispetto al passato, dall’infanzia fino alla maturità. Ultimamente si riscontra, inoltre, un aumento anche tra la popolazione maschile.

A CHI RIVOLGERSI?

Chi soffre di questi disturbi non può esprimere il proprio malessere emotivo se non attraverso un comportamento alimentare disfunzionale, in una condizione di solitudine e silenzio che grava sulla vita relazionale della persona. Non è sufficiente per guarire la buona volontà.  E’ necessario un intervento specialistico con un’equipe di professionisti specializzati della cura dei disturbi alimentari affinchè possa avvenire la remissione dei sintomi.

La mia esperienza pluriennale maturata in questo campo di intervento mi ha portata a ritenere l’assoluta efficacia dei trattamenti integrati, in modo da accogliere il malessere nella sua totalità. Si propone pertanto un percorso in collaborazione di altre figure professionali.

L’approccio integrato è indicato dal Ministero della Sanità e dalle Linee guida nazionali ed internazionali, come il più valido per la cura e la riabilitazione dei disturbi del comportamento alimentare. 

La Psicoterapia con i bambini

Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono.
Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere. ”   

(Gilbert Keith Chesterton)

La psicoterapia con i bambini è un vero e proprio gioco. Ed è proprio nel gioco, nel costruire fiabe e racconti che è racchiuso il lavoro psicoterapeutico con i bambini. Fare in modo, dunque, che essi possano simbolizzare i propri vissuti di sofferenza ed elaborarli all’interno di uno spazio tutto loro, pronto ad accogliere le loro emozioni e a proporre strumenti in grado di apportare un maggiore benessere.

In taluni casi e quando se ne riscontri la necessità è possibile anche lavorare direttamente soltanto con i/il genitori/e.

LA MODALITA’ DI INTERVENTO

Sebbene vi siano diversi modi di intervenire sul disagio infantile, in ogni caso la psicoterapia con i bambini prende avvio dalla segnalazione da parte dei genitori, spesso preoccupati per un malessere, un disturbo, un sintomo o una difficoltà in ambito scolastico del proprio bambino. Il primo colloquio si svolge, generalmente, alla sola presenza dei genitori in modo tale che essi possano esplicitare le loro preoccupazioni ed i loro dubbi. Solo successivamente si faranno alcuni incontri congiunti genitori e bambino. Terminata questa iniziale fase di consultazione, il terapeuta fornirà una definizione della problematica portata, chiarendo gli elementi di sofferenza del bambino. In alcuni casi, la consultazione può essere di per sè terapeutica senza che sia necessario proseguire oltre.

Laddove il disagio emotivo del bambino sia ad un livello maggiormente profondo sarà opportuno avvalersi di una psicoterapia. In quest’ultimo caso ritengo sia indispensabile, al fine di un esito favorevole, che i genitori condividano il significato dell’intervento di cui necessita il loro bambino.  Inoltre, risulta essenziale che non perdano la motivazione a continuare il trattamento. E’ davvero molto importante una collaborazione con i genitori durante il corso della psicoterapia, con i quali, infatti, sono solita fissare dei colloqui senza la presenza del bambino.

La possibilità di un intervento precoce rappresenta uno degli elementi in grado di favorire una risoluzione della problematica. Si impedisce, quindi, che il disagio possa incidere sul normale processo evolutivo e compromettere i relativi compiti di sviluppo specifici di ogni fase della crescita.

 

 

La Diagnosi di DSA

 

La Diagnosi di DSA (Disturbo Specifico di Apprendimento) e BES è il primo passo per l’identificazione della  o delle difficoltà specifiche che può mostrare il bambino nel corso del suo apprendimento scolastico.

La Diagnosi di DSA e BES prevede la somministrazione di diverse batteria di test, così come previsto dalla Consensus Conference del 2010, atte a valutare.

  • il profilo cognitivo
  • il linguaggio
  • la memoria
  • l’attenzione
  • le prassie
  • le funzioni esecutive
  • le abilità strumentali (lettura, scrittura, calcolo)

MA COSA SONO I  DSA?

I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sono caratterizzati dalla difficoltà ad effettuare una lettura accurata e/o fluente e da scarse abilità nella scrittura e nel calcolo.

I DSA si distinguono in: 

  • Dislessia:

    difficoltà specifica nella lettura ed in particolare nel processo di codifica grafema- fonema. Si manifesta con lentezza e/o con errori nella lettura. I bambini dislessici sono più lenti, rispetto ai loro compagni e compiono più errori durante la lettura. Spesso faticano tanto a leggere, proprio perché per loro è un compito difficile, in cui il dispendio di energie mentali è molto elevato. La lettura, infatti, non viene automatizzata. La comprensione del brano letto non sempre viene inficiata, ma molto spesso coesistono anche problemi a carico della comprensione del testo. 

  • Discalculia:

    difficoltà nelle abilità di calcolo o della scrittura e lettura dei numeri. I bambini discalculici hanno problemi nel numerare in avanti ed indietro, nell’automatizzare le tabelline, nel fare rapidamente conti a mente, nell’imparare le procedure di calcolo, nel riconoscere i segni numerici e nel ricordare le formule matematiche. Per quanto riguarda il ragionamento aritmetico (cioè capire “il senso” di un problema e di un procedimento), solitamente non manifestano difficoltà. 

  • Disortografia:

    si riscontrano difficoltà nello scrivere le parole usando tutti i segni alfabetici e collocarli al posto giusto, nel rispettare le regole ortografiche (accenti, doppie, apostrofi, forme verbali adeguate). 

  • Disgrafia:

    difficoltà a livello grafo-esecutivo che riguarda la produzione di segni alfabetici e numerici con tracciato incerto e irregolare.
    Tale difficoltà investe l’aspetto grafico ma non il contenuto e si manifesta con una grafia irregolare, con forme di scrittura lenta, con sostituzioni allografiche (maMMA) o con difficoltà nell’orientamento nello scrivere le parole o nel mantenere la forma delle lettere correttamente orientata. Difficoltà anche nel rispettare la linearità del rigo.

Spesso i casi di DSA , soprattutto se non riconosciuti, comportano storie di insuccesso nelle carriere scolastiche degli individui, compromettendone anche lo sviluppo della personalità e un adattamento sociale equilibrato. Minano i livelli di autostima e il senso di autoefficacia del bambino.

Per tale motivo risulta indispensabile effettuare la Diagnosi precocemente in presenza di campanelli d’allarme , in modo tale da intervenire per ridurre le possibili conseguenze.

COME SI INTERVIENE?

Un intervento preventivo precoce sui Disturbi dell’Apprendimento risulta utile e importante sia per l’individuo in crescita che per un’efficacia formativa della scuola che risulta essere il contesto adatto per l’individuazione e il recupero delle Difficoltà di Apprendimento. 

In base all’età di provenienza del bambino viene stilato, assieme alla diagnosi, un programma personalizzato per il potenziamento sulle principali difficoltà emerse e un addestramento al metodo di studio e all’utilizzo degli strumenti compensativi come supporto allo studio in autonomia.

Il Centro Specialistico Il Mago di Oz, di cui sono la Responsabile Clinica, possiede i requisiti professionali per essere un Centro SOS DISLESSIA, rete di Centri guidati dal prof. Giacomo Stella.

Conflitti Coniugali e Genitorialità

   “Il benessere dei figli passa attraverso il benessere dei genitori.”

Nei conflitti coniugali assume un’importanza cruciale l’accettazione della propria diversità per poter camminare assieme nel territorio della genitorialità.

In caso di conflitti coniugali si parla spesso di terapie familiari e mediazioni. Accanto a loro si staglia, sul panorama del supporto, il lavoro psicoterapico individuale per ripristinare il proprio equilibrio. Emotivo ed affettivo. Diventa essenziale, dunque, che il genitore debba ripristinare il suo assetto emotivo. E riadeguare, conseguentemente,  il suo equilibrio psico-affettivo, al fine di migliorare anche la propria genitorialità.

La separazione dei genitori non sempre rappresenta per il figlio un evento dannoso per il suo sviluppo. La letteratura scientifica esistente in merito indica che è la conflittualità tra i genitori, più che la separazione in sé e per sé, a produrre gli effetti negativi sul benessere dei figli. 

IL RUOLO DEI FIGLI?

In quelle situazioni caratterizzate da elevata ostilità tra i coniugi, il bambino rischia di essere coinvolto nel confitto genitoriale. Sia per ottenere legalmente il suo collocamento, sia per un reciproco sentimento di rivalsa.

Il “figlio conteso” sperimenta i pressanti e fastidiosi tentativi di alleanza che ognuno dei due genitori vuole instaurare con lui. Tutto questo a scapito dell’altro, ripercuotendosi sulla relazione con entrambi.
Nelle situazioni di conflitto tra coniugi, la tensione emotiva all’interno della famiglia e della coppia è fatta di gelo e di fuoco. Come il gelo dell’inverno colpisce la natura impedendone un sano sviluppo, l’atteggiamento freddo tra i genitori impedisce che all’interno della famiglia circoli il caldo dell’amore.

L’aggressività, l’intolleranza, il conflitto della coppia si espandono nell’ambiente. Questo coinvolge inevitabilmente i figli che subiscono un continuo stress. Tutto ciò non può non avere delle pesanti ripercussioni sul loro benessere e sulla loro vita emotiva e relazionale.

Nei bambini, dopo un iniziale stato istintivo d’allarme, sopravviene il bisogno di capire. Successivamente passa al ricercare delle soluzioni alla sgradevole situazione nella quale la propria famiglia è piombata. Sempre che questo sia possibile. Sebbene i figli possano essere molto piccoli, essi sono perfettamente capaci di avvertire immediatamente le caratteristiche dell’ambiente attorno a loro. Che siano positive oppure negative. Mentre hanno difficoltà a comprendere i problemi e le dinamiche che sottendono le espressioni emotive che li circondano e nelle quali si sentono coinvolti.

COSA E’ POSSIBILE FARE?

Risulta, quindi, essenziale, trovare uno spazio in cui poter elaborare il proprio conflitto e le proprie difficoltà relazionali. In modo tale da riuscire a gestire le proprie emozioni che necessariamente si alternano nell’ambiente familiare, creando confusione in tutti i membri del sistema familiare.

 

La Dipendenza: affetti, gioco, internet, sostanze. Un filo conduttore.

CHE COSA E’ LA DIPENDENZA PSICOLOGICA?

La dipendenza psicologica rappresenta il perpetuare continuo e costante di comportamenti finalizzati alla ricerca del piacere. L’individuo, dunque, ricerca la propria felicità attraverso fonti di piacere illusorie. Illusorie perchè nel giro di breve tempo si rivelano una vera e propria trappola.  Si trova a vivere stati dolorosi ed ansiogeni nel momento in cui realizza che la soddisfazione del piacere è circoscritta ad un ridotto lasso di tempo. Anche nel momento di astinenza dove diventa prioritario soddisfare il proprio comportamento di dipendenza.

Esistono oggigiorno diverse forme di dipendenza:

  • da sostanza
  • alcoolismo
  • fumo
  • gioco d’azzardo
  • da internet, da cellulare
  • shopping compulsivo
  • dipendenza affettiva

Ognuna di esse si manifesta con il bisogno eccessivo di soddisfare quella che si ritiene essere la fonte della propria felicità. Ciò che permette a queste persone di percepire la loro vita più accettabile e forse anche più interessante. Questi comportamenti, invece, fungono da fuga dal proprio presente. Da tutte quelle situazioni, dinamiche ed emozioni nel qui e ora ritenute e percepite come inaccettabili. Non affrontabili, non gestibili.

COME USCIRE DALLA DIPENDENZA?

E’ possibile uscirne? 

Risulta indispensabile poter trovare un spazio terapeutico con un professionista preparato.  Cercare, quindi, uno spazio in cui “smontare” i processi che mantengono in atto la dipendenza. L’intervento psicologico e psicoterapeutico rappresentano, infatti, un valido supporto per aiutare l’individuo ad affrontare ciò che nella propria vita non è funzionale. Individuare ciò che spinge l’individuo a perpetuare comportamenti apparentemente gratificanti, trascinandolo in una sorte di “gabbia dorata”.

Il lavoro terapeutico, inoltre, favorisce l’elaborazione di quei vissuti che hanno prodotto la necessità di sviluppare comportamenti disfunzionali. Aiuta l’individuo a sviluppare comportamenti e strategie nuove ed adattive per gestire ogni situazione di vita in maniera funzionale.

Il video postato mostra, in modo semplice, gli effetti che hanno le dipendenze. Sebbene qui tratti la tossicodipendenza in senso stretto, le dinamiche che si creano con l’oggetto della dipendenza sono le medesime.

https://www.youtube.com/watch?v=HUngLgGRJpo&feature=youtu.be

 

 

L’Anoressia: la fame d’Amore

E ricordati, mio sentimentale amico, un cuore non si giudica solo da quanto tu ami, ma da quanto riesci a farti amare dagli altri. 

(Frank L. Baum –  Il Meraviglioso Mago di Oz)

 

L’anoressia nervosa è un grave disturbo del comportamento alimentare. Chi sviluppa tale patologia non è inappetente ma, in realtà, ha una grande fame che riesce a coercizzare per raggiungere un ideale di magrezza che non ha niente a che vedere con l’aspetto fisico reale. I sintomi dell’anoressia sono:  l’estrema magrezza a causa dalla malnutrizione e quindi perdita di peso rilevante (oltre il 15% del peso considerato normale per età, sesso e altezza), paura intensa di ingrassare anche quando si è sottopeso, alterazione nel modo di vivere il peso, la taglia e le forme corporee. Fino a poco tempo fa veniva considerato criterio diagnostico anche l’amenorrea (l’assenza di ciclo mestruale), ma dato che l’età di insorgenza si è abbassata e la percentuale dei maschi che sviluppano tale disturbo è aumentata tale criterio è stato ritenuto non determinante.

Questi comportamenti annunciano un disturbo che coinvolge fisico e psiche, ma che è anche relazionale ed ambientale. I sintomi si avvertono lentamente e inizialmente coloro che sono vicini non ci fanno caso,piano piano però anche l’ambi

SI PUO’ GUARIRE? QUALE POTREBBE ESSERE UNA POSSIBILE CURA?

Il trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare presuppone una rete di intervento completa in tutti i vari livelli di assistenza in grado di garantire un percorso di cura appropriato. La terapia deve essere concepita in termini interdisciplinari ed integrati: deve avvenire strutture di cura in cui collaborino sistematicamente e sinergicamente figure professionali diverse (nutrizionisti, psicoterapeuti, psicologi, dietisti). Privilegiando, senza mai escludere l’altro, il versante somatico o psichico a seconda delle fasi della malattia e deve consentire una continuità  delle cure nel passaggio da un livello a ad un altro, costruendo l’intervento su misura del paziente stesso e della sua famiglia.

L’accesso principale al percorso terapeutico dovrebbe essere quello ambulatoriale che svolge compiti di

  • prima accoglienza;
  • consulenza;
  • diagnosi;
  • rinforzo della motivazione ed orientamento dei pazienti;
  • filtro diagnostico;
  • percorso terapeutico integrato.

 

In relazione agli elementi clinici emersi durante la valutazione interdisciplinare, si invia ai  successivi livelli terapeutici di day hospital, di ricovero ordinario e residenziale.

Va privilegiata, quindi, la modalità di intervento integrata e multidisciplinare, dove le figure professionali coinvolte si interfacciano costantemente. Ciò è finalizzato a modulare e personalizzare il più possibile il trattamento e la terapia, mettendo il paziente sempre al centro dell’attenzione.

Diamo peso a chi amiamo. Perchè vincere si può.

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento e i Disturbi Emotivi: come riconoscerli?

“Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che suona la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica. Forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica.
Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini. E alcuni colleghi si credono dei Karajan che non sopportano di dover dirigere la banda del paese. Sognano tutti la Filarmonica di Berlino, è comprensibile…”

(tratto da “Diario di scuola” di Daniel Pennac)

DIFFERENZA TRA I DISTURBI DI APPRENDIMENTO E I DISTURBI EMOTIVI

I comportamenti e i disturbi che portano al fallimento nella scuola sono molto diversi. Variano dai Disturbi Specifici dell’Apprendimento – Dislessia, Discalculia, Disgrafia, Disortografia – ai meno noti Disturbi Emotivi. Quest’ultimi causati da emozioni che destabilizzano i bambini nella fase di apprendimento, ponendo le basi per creare un’indisponibilità interiore a mantenere vivo il desiderio di conoscenza e il piacere di imparare.

A livello sociale i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono molto conosciuti e sono divenuti parte integrante del nostro vocabolario quotidiano. I Disturbi Emotivi, invece, non sono molto conosciuti e possono essere pertanto confusi con essi. O essere imputati ad una mancanza di volontà o di svolgliatezza da parte del bambino stesso.

Assume, quindi, un’importanza cruciale far luce a tutti coloro che interagiscono con i bambini e che ruotano nella sua vita sul concetto di benessere emotivo e di disturbo emotivo. Affinchè sia possibile ridurre al minimo il rischio di confondere le idee agli insegnanti  che possono supporre un problema cognitivo, laddove invece alberga un difficoltà emotiva. Ampliando, così, la visione e la possibilità di intervento precoce diretto al problema.

COSA SONO I DISTURBI EMOTIVI?

I bambini con un Disturbo Emotivo sono pre-occupati da altre cose, con la testa distratta da altri pensieri. Talvolta anche inquietanti tanto da non lasciare spazio ad altri obiettivi. Oppure il contenuto dell’apprendimento può a volte risvegliare emozioni difficili da vivere.

Questi bambini hanno spesso una costante inquietudine, spessa scambiata per iperattività, aggressività fisica e verbale o, all’inverso, apatia. I disturbi emotivi e comportamentali dell’età evolutiva possono essere differenziati in due ampie categorie: quelli esteriorizzati e i disturbi interiorizzati.

DISTURBI ESTERIORIZZATI E DISTURBI INTERIORIZZATI
  • I primi, come il termine può far supporre si tratta di disturbi nei quali il disagio del bambino si manifesta soprattutto verso l’esterno. Essi si caratterizzano come tendenza ad esigere che i propri bisogni personali vengano immediatamente soddisfatti. E che abbiano la precedenza sui bisogni degli altri. E’ frequente, quindi, il ricorso all’aggressività per conseguire i propri scopi, oppositività, tendenza alla trasgressione di norme sociali e a volte anche legali. Tipico disturbo esteriorizzato è il disturbo della condotta.
  • L’altra categoria è costituita dai disturbi interiorizzati, caratterizzati da una sofferenza che viene vissuta interiormente. Spesso essi tendono a passare inosservati ad un’osservazione superficiale. L’ansia e la depressione, ad esempio, vengono raramente segnalati ad uno psicologo e/o ai servizi specialistici dagli insegnanti. Ciò accade poichè si tratta di soggetti che di solito non disturbano e non creano problemi nella classe. Sono bambini che tendono a isolarsi, a chiudersi in se stessi, e che rimangono passivi e sottomessi nei confronti degli altri. In realtà risulta essenziale segnalare anche questo tipo di disagio, in quanto l’intervento precoce risulta essere direttamente proporzionale alla remissione dei sintomi e al benessere generale del bambino stesso.
COSA SI PUO’ FARE?

In entrambi i casi, risulta davvero essenziale chiedere il parere di uno specialista (psicologo, psicoterapeuta, neuropsichiatra infantile) anche per evitare confusioni. Non facciamoci prendere dal panico ogni volta che una persona non preparata a riguardo ci suggerisce che il bambino è iperattivo o affetto da autismo o dislessico. Purtroppo si assiste ogni giorno alla assegnazioni di queste etichette ai bambini: è di moda, ed è altrettanto molto rischioso e pericoloso.

Spesso è sufficiente un buon lavoro con i genitori, con la scuola e con il bambino per sbloccare il problema emotivo. Ovviamente più a lungo si trascina il problema, più sarà difficile intervenire nella sua soluzione. Infatti, nel caso in cui non vi fosse l’intervento di un specialista, il disagio percepito e vissuto dal bambino si potrebbe aggravare, rischiando di sfociare in taluni casi in patologie più complesse. Ad esempio, una tristezza accentuata e protratta nel tempo può condurre alla depressione; la paura può degenerare in ansia, attacco di panico o fobia. La rabbia in comportamenti violenti o antisociali, come il bullismo, o addirittura, se diretta contro se stessi, in autolesionismo o nei casi più estremi, in suicidio.

PERCHE’ LE EMOZIONI INFLUISCONO SULL’APPRENDIMENTO?

Le emozioni e le risposte ad ognuna di esse, sebbene abbiano una base innata, sono profondamente influenzate dall’ambiente socio-culturale e famigliare in cui è inserito il bambino. Di conseguenza, le emozioni più frequentemente provate possono divenire modalità di risposta abituali. Una emozione può, dunque, diventare il canale privilegiato di espressione emotiva, nel quale tendono a convogliarsi le altre emozioni. 

Determinate emozioni negative, se presenti con elevata frequenza ed intensità, possono, inoltre, creare un clima di classe piuttosto negativo. Questo logora gli insegnanti e rende difficile il processo di apprendimento dei bambini che lo subiscono passivamente.

COSA BISOGNA FARE?
  • Occorre giungere ad un’analisi del significato interpersonale di questi comportamenti. Le difficoltà psicologiche sono viste come precisi atti di comunicazione, “messaggi” non sempre facili da interpretare.

  • Bisogna poi rivolgersi ad un professionista che sia in grado di costruire con il bambino il significato intrinsecamente e profondamente soggettivo che il sintomo ha per lui. Attraverso un percorso terapeutico che veda coinvolti anche i genitori. 

  • E’ importante disporre di un atteggiamento empatico nei confronti del bambino, non giudicante (“è colpa di questo o quello“) o fatalista (“è fatto così, cosa ci vuoi fare?!), ma curioso, interessato e comprensivo cosicchè risulti possibile instaurare con lui un legame di fiducia.

Se, dunque, il problema è concettualizzato in questo modo, lo dovrà essere anche il suo trattamento. Esso perciò non può limitarsi al tentativo di ridurre o eliminare il comportamento in questione. Deve puntare a identificarne la funzione che questo problema ha in tutto l’organizzazione complessiva del bambino. E  mirare a sviluppare forme alternative e più efficaci di relazione.